Tutti contenti

Tutti contenti

E quindi non si va a Bari. Tutti felici, tutti contenti. Del resto avete visto i veronesi a Pisa, del resto avete visto nel basket che hanno ammazzato un povero cristo che stava svolgendo il suo lavoro ed era ad un mese dalla pensione, del resto a Cesena hanno picchiato un extracomunitario in pieno centro storico.

Tutto, insomma, fa brodo per inventarsi l’ennesimo sopruso di fronte al quale, come sempre, la società rimane silente. Un bel reel e passa la paura. Perché mai non si dovrebbe andare a Bari?

Ovviamente c’è chi si frega le mani. I soliti giornali che non vedono l’ora di tirare fuori lo scoop, l’articolo scandalistico, ad esempio. Tipo titolare che l’aggressione razzista in centro a Cesena sarebbe ricollegabile ad ambienti del tifo bianconero e poi, nell’articolo stesso, smentire categoricamente questo collegamento.

Che poi anche se fosse una aggressione perpetuata da una o più persone che vanno in curva, in una curva da 5000 persone, che senso avrebbe tirare in mezzo il tifo organizzato? Come se si invocasse la chiusura del Consiglio Comunale di Cesena perché lì dentro ci sono persone che supportano e difendono i genocidio a Gaza.

Salta fuori anche quello del “popolo eletto” a dire che lui lo dice da tempo che ci sono infiltrazioni fasciste in curva. Ah beh, se lo ha detto lui, che con i suoi adesivi ha deturpato mezza Romagna e che con i suoi post social promuove odio purissimo contro i ciclisti, allora siamo tutti sereni.

Salta fuori anche quello che fa collezione di maglie. Che già a Catanzaro aveva fatto una pessima figura. Che già in passato girava da cane sciolto ed è diventato famoso per essersi fatto fregare la pezza. Quello che, insieme ad un manipolo di suoi simili, a fine partita anche in caso di sconfitta non sente ragioni e si arrampica sulla balaustra per elemosinare una maglia anche calpestando le pezze di altri gruppi esposte da inizio gara. Anche lui sfotte gli “ultras”, proprio così, tra virgolette, che a Bari non ci potranno essere.

Tutti contenti, insomma. Perché i casi elencati sopra, hanno un comun denominatore: il business.

La passione, beh, quella è un’altra cosa. E non si tessera.